Immaginate la scena di due adolescenti lombardi di 12 e 13 anni che salgono in auto, infilano le cuffiette, accendono la loro playlist e cominciano a cantare con trasporto tracce musicali hip hop in dialetto napoletano/campano: Geolier ma anche Paky, Luché, Capo Plaza, Liberato e Rocco Hunt. Sono scene che si ripetono spesso, basta chiedere ad amici e conoscenti che hanno figli più o meno della stessa età. Al pari dei ragazzini che implorano i genitori, come regalo di fine scuola, di portarli a visitare Napoli. La nuova Mecca della cultura urban che corre sui social network.
Molto più in grande, lo scorso 28 giugno all’ippodromo delle Capannelle di Roma, e poi ancora il 6 luglio all’arena concerti di Rho-Fiera (Milano), migliaia e migliaia di adolescenti hanno assistito allo spettacolo live di Geolier, al secolo Emanuele Palumbo, e cantato le sue canzoni in slang napoletano.
Il napoletano dei quartieri di periferia, non quello classico (e meraviglioso) di Eduardo De Filippo.
Napoli alla rovescia
Solo dieci anni fa queste scene sarebbero state inconcepibili. L’immagine popolare di Napoli era pessima, non solo nelle curve degli stadi di calcio. Nell’immaginario collettivo è stata per tanti anni la capitale del falso, delle truffe, degli scippi, delle sparatorie in pieno giorno e della camorra.
Naturalmente c’erano i ceti acculturati che spiegavano, giustamente, come Napoli fosse ben altro che Gomorra e prodotti contraffatti bensì la patria, o la terra di elezione, di Salvatore Di Giacomo, Eduardo Scarpetta, Totò&Peppino, il teatro San Carlo e il maestro Riccardo Muti, il caffè Gambrinus, il museo di Capodimonte, il teatro di Eduardo, la basilica di Santa Chiara, Caravaggio, Posillipo, il Cristo Velato, Massimo Troisi e Pino Daniele, Sofia Loren, Vittorio De Sica, Marcello Mastroianni, Matilde Serao, Benedetto Croce, Raffaele La Capria, il Maschio Angioino, Castel dell’Ovo, la dolce vita a Capri, Luciano De Crescenzo, Renzo Arbore e i maestri sartori famosi in tutto il mondo. Ma è indubbio che a livello popolare la nomea fosse piuttosto degradata, specie nel nord Italia egemonizzato dalla Lega di Umberto Bossi.
Fateci caso: quasi vent’anni fa Roberto Saviano, pubblicando il bestseller Gomorra, svelò a tutto il mondo il marcio di Napoli. Vent’anni dopo, la città continua ad essere zeppa di problemi ma è diventata “cool” e di gran moda e il “Made in Napoli” rappresenta un prodotto di esportazione di grande successo.