La nonna volante

Mia mamma ha sorriso fino all’ultimo.

A metà gennaio invasa dalle metastasi abbiamo dovuto trasferirla all’hospice, ma ha continuato a spalancare gli occhi azzurri, ormai liquorosi per la malattia, e sorridere.

Sorrideva a tutti di un sorriso caldo e se non riusciva perché il dolore era forte o aveva qualche sbalzo di umore rideva sotto i baffi.

Le dicevo scherzando: “Maria Rosa, grinta…!” Allora lei serrava i denti per mostrarmi che era tutto a posto. Sono nel letto, ma ci sono. Come sempre…

 

La prevalenza del sorriso

Mia mamma sapeva del tumore fin dall’inizio. Ha sempre voluto parlare coi medici, togliendoli dall’imbarazzo di doverle dire “certe” cose, ma sorridere anche quando non avrebbe voluto o non le veniva bene (e si vedeva), non era solo il tentativo generoso di proteggere tutti noi, era il suo modo coerente di vivere la malattia come ha sempre vissuto la propria vita. La prevalenza del sorriso.

 “Quando entriamo nella stanza di Maria Rosa la troviamo sorridente; ci chiede lei come stiamo…” 

(Dario e Irene, infermieri all’hospice di Varese)

Mia mamma ha scoperto di avere un tumore al rene al quarto stadio un pomeriggio tiepido di metà settembre. Eravamo appena tornati dal mare. Mio padre dice che si era accorto dei primi segni di spossatezza dopo la morte della Nonna Popi, nel maggio di due anni fa.

Forse ha ragione ma nessuno ci aveva davvero fatto caso perché mia mamma era una roccia e si lamentava quasi mai. Quando aveva dolori alle braccia e non riusciva a piegarsi o sollevare pesi credevamo (e credeva) fosse la solita artrosi di cui soffriva da anni. Un’infiltrazione, due anti infiammatori, e si rimetteva in pista.

Col senno di poi abbiamo scambiato per alcuni mesi i primi segni del tumore con il cronicizzarsi dell’artrosi. Anche perché mia mamma non si è mai veramente curata, testa dura come sua madre (la nonna Popi), pensava a tutti gli altri prima che badare a se stessa. Sarebbe però sciocco e sbagliato recriminare.

Il tracollo lo ha avuto a Cefalù dopo l’ultimo ferragosto. Mangiava poco, camminava a fatica, non scendeva in spiaggia, non alzava le braccia e si era trascinata per troppi giorni una fastidiosa febbriciattola.

Abbiamo cercato un volo aereo per farla rientrare a casa e visitare dal Chicco (il dottore) ma ormai era fine mese e sarebbero tornati comunque la settimana dopo. Arrivata a Varese, ha fatto tutti gli esami del caso. Era meglio non li facesse…

Peraltro il 15 settembre non era nemmeno una data qualsiasi. È stato il mio ultimo giorno alla direzione de Linkiesta.

Avrei voluto prendermi qualche mese sabbatico, disintossicarmi un po’, stare con Silvia e i bambini che avevo trascurato nell’ultimo anno e mezzo invece in poche ore ci siamo trovati catapultati in un vortice doloroso e inaspettato.

Dopo un paio di giorni di ricovero all’ospedale di Varese la diagnosi dei medici era chiarissima e il destino segnato: troppo avanti il tumore per poterlo asportare. Si poteva cercare di rallentarlo e di garantirle la miglior qualità della vita possibile, per quel che ne restava. Eravamo già nel campo delle cure palliative.

Mio fratello mi ha raccontato che quando le ha detto che aveva un tumore – è stato lui a comunicarglielo -, la mamma lo ha fissato qualche secondo, ha voluto sapere com’era la situazione e ha subito sdrammatizzato (“in effetti era strano che un’artrosi mi buttasse giù così tanto…”), attaccandosi al telefono per dirlo ad amici e parenti con la solita travolgente vitalità.

 

Un’affollata “anonima alcolisti”

La settimana dopo, d’accordo con i medici di Varese, abbiamo trasferito mia mamma al Niguarda perché era giusto avere un secondo consulto in una struttura specializzata, senza lasciare nulla d’intentato.

Il blocco nuovo del Niguarda è un ospedale che sembra uscito da una puntata di Grace Anatomy. Al pian terreno c’è una grande shopping gallery col soffitto trasparente, i banchi prenotazione digitalizzati, le caffetterie, i negozi, una libreria Mondadori fornitissima e locandine da ogni parte che reclamizzano i concerti per i pazienti.

Medici e infermieri si confondono nella fiumana di gente che entra ed esce dai padiglioni conferendo un ordine e una virtuosa (in)efficienza anche ai buchi inevitabili di una gigantesca organizzazione sanitaria come quella del Niguarda: dai reparti che non sempre comunicano agli amministrativi che non rispondono agli interni fino ai portantini che lasciano le mezz’ore intere i pazienti parcheggiati fuori della stanza della risonanza magnetica…

La cosa che colpisce dei reparti oncologici è di essere una specie di affollata “anonima alcolisti”. Per qualche strana alchimia i malati di tumore si riconoscono tra loro a distanza. Si annusano, confabulano, discutono con pudore ma senza reticenze perché se hai un tumore il tempo è più che mai denaro.

Quando condividi un destino non ci sono (più) pregiudizi e imbarazzi da infrangere. La sintonia la percepisci dal linguaggio del corpo, gli sguardi circospetti, le mezze parole e i mezzi sorrisi cui appigliarsi quando qualcuno ti racconta la sua storia o quella di qualche amico che ce l’ha fatta (o così sembra).

Ai day hospital c’è chi viene solo, prendendosi il giorno libero dal lavoro e sa tutto delle medicine e degli effetti collaterali perché è arrivato al secondo o terzo ciclo; chi con moglie, marito o compagno/a perennemente in ansia; chi con mamma e papà a manina (i bambini in sala d’attesa spezzano il cuore).

Può persino succedere di ritrovarsi dopo tanti anni, seduti di fronte in sala d’aspetto.

“Aldo, sei tu…?” “Maria Rosa…?” “Cosa fai qui?” “Eh…sono in ballo da due anni. Il rene…” “Anch’io il rene, me lo hanno scoperto il mese scorso. Al mare ero tutta bloccata, pensavo fosse l’artrosi, invece…” “Cosa vuoi, è così. Pensa non ti avevo riconosciuta…” “All’inizio anch’io, è stato il Marco che…, dai, vedrai che va tutto bene…”

Baci, abbracci, carezze, ricordi meravigliosi di una vita in palestra.

La gioia di incrociare in ospedale qualche vecchio amico è pari solo al rimpianto di non averlo incontrato in altre occasioni meno disgraziate. Per la cronaca l’Aldo era l’Aldo Monti, storico istruttore e poi segretario della pallacanestro a Varese. Il tumore se l’è portato via un paio di mesi prima della Maria Rosa.

 

La dottoressa whatsapp

In reparto al Niguarda mia mamma si è fatta conoscere presto. Divideva la stanza con una ragazza morettina di nemmeno trent’anni, si chiama Roberta e quando non è ricoverata fa la cassiera all’Esselunga. Nella loro camera c’era sempre un allegro frastuono e un viavai di colleghi, amici, parenti, dottori e dottoresse che hanno in custodia Roberta da quasi dieci anni, ormai la mascotte del reparto: molti di loro l’hanno conosciuta che erano specializzandi e adesso sono medici fatti e finiti.

I primi giorni Roberta pensava che quel vortice di gioventù e goliardia potesse dare fastidio ad una signora di quasi settant’anni, bloccata nel letto, con pochi mesi ancora davanti. Si scusava continuamente, chiedeva il permesso ogni volta che qualcuno passava a salutarla e agli amici di abbassare la voce (“sssssssss…, la signora deve riposare…”).

Non conosceva ancora la Maria Rosa. Lo avrebbe fatto in fretta, trasformando un’obbligata vicinanza di letto in amicizia e complicità. Passava la dottoressa incinta a far vedere alla Roberta il pancione che cresce; passava l’infermiera che si stava lasciando col marito o passava la dottoressa whatsapp (comunicava così con la Roberta) a farle vedere sul telefonino come aveva truccato la sua bimba per la festa di Halloween, e mia mamma rideva e scherzava, aggiungeva un particolare, colorava la conversazione con un episodio o una battuta. Fino a venire consultata come si fa con una zia che ti capisce.

Mia mamma e la Roberta si chiamavano per la cena, si informavano su chi era passato a trovarle mentre erano in salone, si facevano forza nei giorni no. Una le raccontava dei nipotini e l’altra del fidanzato. Una faceva vedere i messaggini e l’altra i video sul telefonino. Insieme riempivano quella stanza di ospedale di un ottimismo che stupiva tutti.

Il Niguarda è l’emblema di come sta cambiando sottopelle la sanità italiana. Le corsie non sono più luoghi spogli e lugubri e si cerca finalmente un dialogo con pazienti e famigliari, senza restare appesi alle ubbie e alla luna del primario-barone. Una mattina di novembre ho visto la dottoressa whatsapp arrabbiarsi con un’infermiera che non l’aveva avvisata di un parente che aveva bisogno di parlare con lei: “Ma dottoressa, eravate in riunione…” “Non importa, mi doveva chiamare: i famigliari spesso prendono il permesso dal lavoro per venire in ospedale…”

Credo dipenda dalle nuove generazioni in reparto. Il Niguarda è una grande città piena di gioventù in camice bianco, 30-40enni in trincea, abituati con stipendi al minimo a prendere decisioni importanti, scegliere cure e terapie. Pugliesi, liguri, siciliani, veneti. Alcuni di loro abitano vicino all’ospedale, come gli infermieri, in 2-3 per dividersi le spese. Una rottamazione silenziosa e straordinaria. Milano in questo è ancora Lamerica.

E poi se rispetti alcune semplici regole al Niguarda nessuno si formalizza. C’è più flessibilità e buonsenso di una volta anche se l’oncologia resta un reparto delicato. I bambini fino a 14 anni non possono entrare, allora le infermiere per venire incontro alle famiglie hanno attrezzato la sala delle macchinette davanti all’ingresso con qualche gioco e qualche sedia in più.

Mi è capitato di entrarci il sabato e la domenica e trovare parcheggiati genitori in pigiama attaccati alla flebo e figli piccoli o nipotini scambiarsi baci, abbracci, promesse, regalini e tenerezze.

Quando io e Silvia portavamo i bambini, avvisavamo mio papà e mia mamma ci aspettava in carrozzina davanti all’ascensore. Si faceva trovare pettinata, con la vestaglia sopra la camicia da notte. Fiamma e Tito allora la spingevano per i corridoi e giocavano al gran premio (“Ancola, ancola….”, rideva Tito). I bambini trasformano in magia tutto quel che sfiorano. Mia mamma e mio papà erano molto felici e tutto il resto scompariva (per un po’).

Ottobre e novembre sono passati così, una botta emotiva mai vista.

Chiudersi in bagno a telefonare a tuo papà perché se ti viene da piangere i bambini non ti vedono…

Fare la spola dal lettone ai lettini come quei muratori che trasportano sacchi di cemento, per abituare Tito e Fiamma a dormire nella loro cameretta, …

Piangere in auto di un pianto emozionale (persino bello)…

Incrociare in reparto persone che hai visto il mese prima in attesa della tac, senza capelli e invecchiate all’improvviso…

Commuoversi quando tuo fratello ti racconta che ha detto ad Asia che la nonna tra poco diventa un angelo…

 Cantare a squarciagola la canzone della felicità portando Fiamma alla scuola materna…

Far dormire tua mamma sulla tua spalla e poche ore dopo far dormire Tito sulla tua spalla…

Condividere con Silvia e le altre mamme l’autogestione dell’oratorio perché il diacono si fa troppo i “cazzi” suoi…

Fermarsi a cena da mia sorella Silvia o a Varese da mio papà per farci forza (e compagnia)…

Correre al supermercato per comprare il burro e la farina perché Silvia deve fare le torte per il mercatino della Coldiretti e raccogliere le offerte per la casetta delle farfalle (dell’oratorio)…

Giocare con Tito con le spade di gomma piuma e con Fiamma con la pasta di sale…

Portare all’asilo le risme di carta riciclata che servono per disegnare, i biscotti per la merenda di metà mattina, i crackers, piatti e bicchieri di carta, lo scottex (nelle scuole pubbliche siamo oltre il mitico rotolo di carta igienica e la vera ossessione dei genitori è quella di non perdersi gli avvisi in bacheca, pieni di Sos delle maestre, richieste di oboli e petizioni per aggiustare la tettoia o l’impianto di riscaldamento)…

Prestare all’asilo il dvd di Frozen per la festa di carnevale, regalare i vecchi giochi di Fiamma o comprare all’Ikea il mini registratore di cassa…

Andare in banca a pagare l’assicurazione della classe di Fiamma, per conto della maestra Luisa…

Dopo le dimissioni da Linkiesta volevo fare più intensamente il papà e il marito e mi sono trovato a fare anche il figlio all’ennesima potenza. Volevo capire se c’erano spazi d’innovazione giornalistica fuori da circuiti moribondi dei giornaloni e sono tornato quasi involontariamente a fare il cronista, accorgendomi in una via crucis di ospedali e scuole che là fuori c’è un paese che si piega ma non si spezza, ha senso del dovere nonostante tutto, tenacia, professionalità, medici-infermieri-insegnanti che noi dovremmo raccontare più spesso e invece non lo facciamo (quasi) più, per snobismo, boria, pessima moda e narcisismi insopportabili.

Che Italia meravigliosa ho incontrato in questi mesi!

 

La torre di Rapunzel

Dal momento in cui mia mamma ha saputo di avere un tumore, al crollo che l’ha costretta (più o meno definitivamente) nel letto, sono passati 40 giorni. All’inizio di ottobre aveva cominciato a prendere un farmaco molecolare di nuova generazione, ma dopo una ventina di giorni ha dovuto interrompere la terapia, il suo fisico debilitato non ha retto.

A fine novembre i medici del Niguarda, dopo qualche settimana di catalessi e una piccola ripresa, decidono di tentare una riabilitazione motoria. “Proviamo a rimetterla in piedi – ci dicono – se riusciamo possiamo riprendere la terapia che rallenta la diffusione del tumore, altrimenti…”

Per farlo la portiamo alle Terrazze, un centro specializzato a Cunardo, due minuti da casa. Ci resterà per cinquanta giorni, accudita da medici, infermieri, terapisti gentili e affettuosi in una bella stanza circolare al secondo piano, con un bagno grande come un monolocale.

Quando andavo a trovarla con Fiamma e Tito raccontavo loro che la nonna dormiva nella torre di Rapunzel e che per salire bisognava fare una magia: prendere l’ascensore panoramico trasparente. Ci salivano e scendevano due tre volte di fila, emozionati e per gioco, con gli zainetti sulle spalle pieni di pennarelli, borracce, schiacciatine, macchinine, peluche e album da disegno. Andare dalla nonna era come andare in gita.

Fiamma

(Fiamma per la nonna)

Tito

(Tito per la nonna)

Sono convinto che mia mamma ha capito di non farcela proprio nel periodo delle Terrazze, quando ha visto che non riusciva a tirarsi in piedi nonostante la riabilitazione giornaliera. Camminava qualche passo ma poi doveva sedersi. L’istruttore diceva che ogni tanto fissava il vuoto. Non depressa o abbattuta perché ha lottato fino all’ultimo, ma spossata sì. Sentiva il suo corpo scivolare via, l’energia spegnersi. Con noi e il papà si dava un tono, chiedeva dei miei articoli, diceva alla Silvia di mangiare e chiedeva del lavoro in banca, all’Ale di farsi gli esami e di coprirsi, al papà di riposarsi un po’. E alla sera mandava il solito sms di buona notte a tutti.

Domenica 7 dicembre nella stanza di mia mamma, la torre di Rapunzel, ci saranno state 15 persone. Ampiamente in violazione di regolamento. L’infermiera, scherzando, diceva che dalla Maria Rosa bisognerebbe mettere il numerino, come al supermercato. Al centro il suo letto e intorno amici, parenti, vecchi conoscenti, clima scherzoso e vibrante.

In questi mesi mi è successo di dover consolare persone che chiedevano come sta la mamma, telefonavano o passavano a trovarla; qualcuno mi guardava un po’ stranito vedendomi sorridere (e scherzare) davanti al tumore. Penso a quelle scene e mi chiedo se non fosse esagerata quella leggerezza. Non credo, perché sono così, chi mi conosce lo sa, e poi è quello che voleva lei, sorriso sulle labbra, ironia e pedalare. Ce l’ha sempre avuto stampato anche negli ultimi mesi: nausea, ricadute, frustrazione, dolore, scoramento non facevano differenza. Ci provava sempre.

“Papà, io voglio vedere la nonna per tanti giorni…” Fiamma in auto il 23 dicembre, tornando dalle Terrazze.

A Natale siamo riusciti a portarla a casa per qualche ora. Sono passati a prenderla alle Terrazze i volontari della Croce Rossa, con delle assi di legno siamo riusciti a coprire i gradini di casa per farci scivolare sopra la carrozzina. La mamma ha mangiato a capotavola, aveva gli occhi mobili e brillanti nonostante fosse stanca. I bambini si arrampicavano in processione per darle i bacini (anche noi), Asia ha cantato una canzone:

“Il Natale per me. Il Natale è per me una porta di pace, un desiderio d’amore. Come il tuo cuore pieno d’amore e di pace. E con mia nonna guarita riesco a vivere il Natale come vorrei. Insieme ai regali e insieme anche al cioccolato. Con torroncini sparsi ovunque, i miei parenti adulti bevono il vino e lo champagne, con i regali in quantità il Natale eccolo qua…”

Fiamma scattava foto, Tito avrebbe voluto fare il gran premio in carrozzina, mio papà le ha dedicato una poesia e abbiamo ricordato quando tagliava le curve in macchina per andare all’asilo a Mendrisio.

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(la Maria Rosa e la sua truppa)

Tornata alle Terrazze in pochissimi giorni mia mamma peggiora. Si assopisce spesso, è stanca, parla con gli occhi chiusi, capisce le cose un po’ a fatica e non riesce più a chiamare e rispondere al telefono. S’impasticcia con il touchscreen.

I primi di gennaio sono stati l’ultimo sprazzo di lucidità e appetenza che ha avuto alle Terrazze. Passava ore in dormiveglia, mangiando pochino, sforzandosi in un barlume di normalità. Anche le visite si sono diradate per evitare l’imbarazzo di fissarla in silenzio, doverla accompagnare in qualche discorso senza significato.

Eppure…

…eppure ricordo che in quei giorni mi era venuta l’influenza. Con la voce fioca e affaticata, mi chiamava facendosi fare il numero dal papà per dirmi di prendere la tachipirina e stare attento alle ricadute. Quando si è mamma lo si è per tutta la vita, in qualunque condizione e qualunque età tu abbia.

Il 12 gennaio mia mamma ha gli occhi gonfi, straparla, è in catalessi. S’illumina solo quando mio fratello le dice che andrà a Roma a eleggere il nuovo capo dello Stato e io che Fiamma è tornata a scuola dopo l’influenza. Si avvicina la fine, è necessario portarla in una struttura capace di gestire al meglio la terapia del dolore. La riabilitazione, purtroppo, è un lusso superato.

 

Una montagna verde

Per chi vuol credere al destino mia mamma è morta a cinquanta metri da dove ci ha fatto nascere. L’hospice è un padiglione quieto di fianco alla vecchia maternità dell’ospedale di Circolo di Varese.

Nella stanza della caposala, dove i medici fanno i colloqui con i parenti, c’è una piccola bacheca con attaccati dei post-it gialli.

I pazienti che vogliono (e ancora riescono), possono scrivere cos’è per loro l’hospice. Una signora ha scritto:

 “una montagna verde…”

Una montagna verde è l’esatta sensazione che ho avuto anch’io entrando con mia mamma, il 17 gennaio: quiete, pulizia, silenzio (ma non lugubre), 10 stanze singole per l’ultima stazione della tua vita. Non ci sono più ipocrisie, i medici sanno che i parenti (e anche molti malati) sanno e ti parlano franchi ma gentilissimi. Lo scopo di un hospice è accompagnarti in serenità, senza farti soffrire (o farti soffrire il meno possibile).

“Dai la mano, aiuta, comprendi, dimentica, ricorda solo il bene…”

Le stanze, quella di mia mamma è la stanza rosa, sono mini appartamenti con doppio bagno (paziente e parenti), salottino, tavolo per leggere e mangiare, poltrone, un divano che diventa letto per un famigliare che decide di restare la notte, impianto stereo per la musicoterapia e televisione a muro. Nessun limite di orario per le visite e colazione-pranzo-cena garantito per un parente.

Dal diario di quei giorni:

18 gennaio: mia mamma ha avuto uno sprazzo buono, faccia bella, occhi splendenti e sorridenti. Dice cose scentrate come negli ultimi tempi ma sembra meno assopita. Ha caldo, vuole togliersi le lenzuola. Le stanno dosando meglio i medicinali e la terapia del dolore.

26 gennaio: sono venuti l’Emilio e la Daniela dalla Toscana, con la Gloria. La mamma li ha riconosciuti. Rideva sotto i baffi, credo si sia commossa.

27 gennaio: le racconto di quando Fiamma andava con lei al largo, a Cefalù, e abbozza un mezzo sorriso. Mi accosto alla sua bocca e mi da i bacini sulla guancia, in modo quasi involontario.

2 febbraio: negli ultimi giorni ha intravisto mio fratello che votava alla Camera il Presidente della Repubblica, ha sfiorato la pancia di mia cugina Roberta che aspetta una bimba, Ludovica. Ha baciato Tito e Fiamma.

7 febbraio: ha spalancato gli occhi e mi ha fatto un grande sorriso. Poi li ha richiusi.

14 febbraio: Fiamma mi dice che oggi a scuola la maestra Luisa ha fatto gli occhi seri a Matteo come fa la nonna con Tito…

22 febbraio: in un bagliore improvviso mia mamma ha chiesto di scendere dal letto ed essere messa in carrozzina. Ha voluto che mio papà ci chiamasse per raccontarcelo. Tito l’ha salutata. Mio papà ha riguadagnato 5 anni di vita…

28 febbraio: Mia sorella ha parlato coi medici: la ragione di questo sprazzo è dovuta ad una medicina che le abbassa il livello del calcio, quindi è meno assopita. Ma mangia pochissimo perché il tumore preme sullo stomaco e vomita tutto. Oggi è andata anche Asia a trovare la nonna, l’ha vista sveglia, è stato bello. Mia mamma ha parlato un po’, poi si è riaddormentata. Chiedeva di me, della Silvia, dell’Ale, come se volesse congedarsi…

3 marzo: da una settimana mia mamma si è come risvegliata. Mangia poco ma è vigile, a tratti straparla, è sospettosa, chiede se guarirà. Mio papà frigge.

5 marzo: Fiamma in macchina mentre andiamo a scuola mi dice che stanotte ha sognato che la nonna guariva e usciva dall’ospedale…

8 marzo: siamo andati a trovarla, aspettava i bimbi sulla carrozzina, era tutta contenta. I bimbi l’hanno portata a spasso per il corridoio, le hanno fatto le carezze, hanno giocato a nascondino nella sua stanza. Mia mamma era tutta contenta…

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(Fiamma, Tito…e la nonna sorpassano la zia Silvia)

17 marzo: Fiamma ha voluto addormentarsi con Grillo, il pupazzo che le ha regalato la nonna.

3 aprile: con Tito e Fiamma siamo da mia mamma. Ho detto loro che da qualche giorno la nonna non riesce più ad alzarsi da sola. Gli infermieri per metterla sulla carrozzina la imbragano e la sollevano fin quasi al soffitto con un grande argano. I bambini restano un po’ così a vedere la nonna sospesa in aria, avvolta in un “sacchettone” blu. Mi guardano interdetti e un filo preoccupati, finchè mia mamma risolve tutto e li fa ridere: “Tito, Fiamma, avete visto la nonna volante…?”

6 aprile: chissà cosa pensa quando è sola…Mio fratello l’altro giorno gliel’ha chiesto. Le ha chiesto se pensa mai a quel che potrebbe succedere. Mia mamma dice di sì, pensa che potrebbe accadere ma la vive come una cosa non ancora imminente…

11 aprile: mia mamma è bella lucida, vigile nonostante le gambe gonfie. Mi dice: “comunque vada a finire, voi andate avanti a farvi la vostra vita, non preoccupatevi, io sono contenta così…”

In questi mesi ne abbiamo parlato spesso. Non aveva paura di morire, razionalmente lo accettava e ne parlava. Mi diceva che avrebbe voluto godersi i nipotini ancora un po’, accompagnarsi con il papà nella vecchiaia.

 “Ma quando vengono a trovarmi Asia, Fiamma e Tito e mi fanno le feste, cosa voglio di più…” 

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Ognuno di noi prende i suoi momenti con la mamma, pensi a vivere al massimo dell’intensità questa incredibile finestra di lucidità che ci sta regalando, pensi che potrebbero non esserci più altre occasioni perché precipita tutto in un momento o magari torna in catalessi e non capisce più cosa le stai dicendo. Cerchi le parole giuste, le emozioni esplodono.

In quei giorni di limbo e magia sono venuti a trovarla tutti ma propri tutti, amici e parenti a cui ha voluto bene, i nipotini, persone che non vedeva da anni; mia mamma li riconosceva tutti, sorrideva, ricordava qualche episodio insieme, raccontava che era tornata a mangiare (quasi) come una volta e di aver vissuto gli ultimi mesi come in una veglia, in penombra. “Non mi sono neanche accorta che c’è stato il festival di Sanremo…”

Un miracolo di lucidità persino bello se non fosse che a breve l’avresti persa per sempre ma in fondo sai che non l’avresti persa mai…

22 aprile: Fiamma mi dice “la nonna Mari è una dormigliona, ma magari oggi non sta dormendo e facciamo la nonna volante…”

Sabato 25 aprile il quadro clinico di mia mamma peggiora. Ha le gambe e le braccia sempre più gonfie, lo stomaco si chiude, è stanca, fatica a espellere liquidi, non riesce più a mettersi seduta in carrozzina. La finestra di lucidità che ci ha regalato si sta rapidamente richiudendo. Mentre il dottor Grizzetti ci spiega che la malattia ormai è molto avanzata e il rene ha cominciato a fare le bizze, c’è Tito fuori della stanza che gioca con mia sorella a lanciare i componenti di Jeeg Robot d’acciaio… Dovremmo piangere invece ridiamo tutti.

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Passano la domenica e il lunedì e la situazione si fa critica. L’idratazione non basta a sbloccare un motore ormai inceppato dalle metastasi. Mia mamma non riesce più a fare pipì, la sacca del catetere resta vuota, è andata in blocco renale. Mercoledì mattina è l’ultima volta che apre gli occhi, abbozza un saluto (e noi una carezza). Poi va in catalessi, interrotta brevemente da qualche spasmo di dolore.

I dottori nel pomeriggio decidono di darle una sedazione continuata per accompagnarla; di fatto si addormenta dolcemente, non sentirà più alcun dolore.

Mia mamma morirà la notte tra giovedì e venerdì primo maggio con noi a fianco. Gli ultimi due giorni abbiamo staccato telefoni e cancellato appuntamenti; chiusi nella sua stanza abbiamo riso e pianto e pianto e riso ricordando mille episodi di una vita vissuta intensamente. È stata una cosa intima che era giusto prenderci tutti insieme. Lei era come se ci fosse ancora. Aveva il volto sereno e disteso.

 

Un punto di vista comune

Quando diventi genitore, e non sei più solo figlio, per la prima volta ti accorgi che c’è qualcuno e qualcosa che conta più della tua stessa vita. Sei persino in grado di accettare razionalmente la tua scomparsa davanti ad una bella famiglia e dei figli cresciuti e diventati adulti. Dolorosa, lacerante, ma la morte non è più un tabù inviolabile. In questi mesi mia mamma ce lo ha fatto capire spesso e non credo bluffasse. “Il mio l’ho fatto, certo mi piacerebbe vedere crescere i nipotini, ma sono felice. Ho compiuto la mia missione…”

Ho compiuto la mia missione. Da (neo) genitore credo di capire quel che mia mamma intendesse dire sul filo del paradosso, e questo mi fa stare meglio. Vorresti sempre che i tuoi genitori se ne andassero il più tardi possibile, ovvio, ma sai anche che è nella natura delle cose. È il cerchio della vita.

Per mio papà è un po’ diverso. Marito e moglie quando stanno insieme da così tanti anni sono un miracolo di compagnia, amicizia, affetto, amore, complicità, sopportazione, ricordi, punti di vista comuni. Mio papà e mia mamma si sono conosciuti nel 1966, si sono fidanzati nel 1967 e si sono sposati il 28 dicembre 1968. Quarantasette anni in simbiosi, una fusione onesta, rispettosa, una chimica meravigliosa che rende il distacco più doloroso di quello di un figlio.

 M’immagino come potrebbe essere tra trent’anni quando io e Silvia avremo l’età dei miei genitori. Succederà che uno se ne andrà prima dell’altro. Sarà durissima.

In questi mesi quando mio papà non stava bene lo capivi perché gli si rompeva la voce e aveva poca voglia di mangiare. Ha subito come naturale i cicli di mia mamma: quando la vedeva sollevata, si rinsaviva; quando lei cadeva negli abissi della malattia, accusava il colpo anche lui. Ma ha sempre lottato senza lasciarla un attimo e continua a lottare con generosità, lucidità, intelligenza, forza, orgoglio, amore e dignità. Proprio come voleva e avrebbe voluto mia mamma. Spesso me lo ha detto negli ultimi tempi: “vostro padre è proprio una persona straordinaria…”.

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(mio papà all’ultimo compleanno di mia mamma)

C’è un’immagine che mi commuove e m’inorgoglisce. Diciassette dicembre, mia mamma è ricoverata alle Terrazze ma deve tornare al Niguarda per un controllo. Viene trasportata a Milano in ambulanza, mio papà viaggia con lei. Li vedo entrare in fondo al corridoio che porta al Day Hospital e venirmi incontro: i due volontari spingono la barella, mia mamma sdraiata e mio papà che cammina al suo fianco e le tiene la mano, l’unica mano che ancora poteva muovere. In quei trenta metri c’è il riassunto di 47 anni di vita insieme, il sorriso, l’orgoglio e la disponibilità di lottare insieme. Mio papà da metà settembre fino alla morte di sua moglie non è mai mancato un giorno, ha vissuto con lei e per lei senza risparmiarsi.

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(il papà e la mamma)

La verità di una coppia che funziona non è mai la “mia” versione o la “tua”, ma la capacità, spesso complicata, di essere “noi”, trovare un compromesso e un punto di vista comune. Accettarsi e volersi bene. Come rinunciare a farsi seppellire nel paese di origine (mio papà) o di farsi disperdere le ceneri (mia mamma), per stare insieme anche da morti. 

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 (Parigi è sempre Parigi…)

Un filo di rossetto

Per farmi forza in questi giorni mi dico che i ricordi non te li porta via nessuno. Ci credo davvero. Da mia mamma ho ereditato un pregio: come lei ho una memoria di ferro. Ricordo nitidamente tantissime cose del passato, facce, situazioni, frasi, espressioni anche di quando ero piccolo. Ai funerali sono venute persone che non vedevo da venti-trent’anni, sembravano quegli attori che truccano da una scena all’altra per farli diventare improvvisamente (più) vecchi: una spolverata di capelli bianchi, un po’ di rughe, due taglie in più dei pantaloni. Ma bastava una parola, quell’espressione un po’ così, un sorriso o un abbraccio per riconoscerli e farsi riconoscere.

I ricordi che ti fanno stare meglio sono tutti nei messaggi di questi giorni, al funerale, prima e dopo il rosario, nelle visite a casa, nelle telefonate, nella montagna di lettere che abbiamo ricevuto. Ognuno racconta una cosa di tua mamma: quella settimana a Calizzano…, gli anni in piscina e gli anni della pallacanestro…, le vacanze a Cefalù…, una vita in simbiosi con i cugi…, i compagni di scuola…, gli amici dei miei…, l’allegro e un po’ strambo esercito di parenti…, le infinite discussioni della “Mari & della Popi”…, i viaggi in macchina di quando avevamo l’età di Tito, Fiamma e Asia…

Giusto qualche sms ricevuto dagli amici:

 “La Maria Rosa ci ha fatto vivere in prima pagina gli anni migliori…” (Gianluigi)

“Se penso a una donna bella, grintosa e piena d’amore, con gli occhi luccicanti di vita penso alla tua mamma…” (Serena)

“Porterò tua mamma sempre nel mio cuore per quello che ha saputo insegnarmi e per quello che ha saputo darmi…” (Lorenzo)

Ognuno ha i suoi ricordi e tutti conserviamo i nostri. Sempre con un filo rosso: il suo sorriso, la generosità, la voglia di vivere, l’entusiasmo. E le melanzane…

Negli ultimi giorni ho in mente il ricordo di mia mamma che si trucca in bagno, forse perché è un’immagine inusuale. Mia mamma si truccava quasi mai. Ma quando metteva un filo di rossetto e di mascara diventava bellissima. Mi piace ricordarla così: un sabato sera spensierato in cui ci stavamo preparando per uscire. Io e i miei fratelli piccoli, il papà di sopra a finire le ultime cose, la nonna Popi che lavora ai fianchi (“Maria Rosa è tardi…”) e la mamma che si veste e trucca all’ultimo minuto dopo averci sistemato, come tutte le mamme del mondo. Ricordo bene l’immagine perché mi arrampicavo davanti allo specchio del bagno come fanno sempre Tito e Fiamma con mia moglie. La guardavo divertito e mi sentivo protetto e al centro del mondo. Avrò avuto 4-5 anni. Un concentrato di gioventù, tenerezza, nostalgia, complicità.

La mattina dopo la morte di mia mamma ho raccontato ai bambini che la nonna volante era partita per l’ultimo viaggio ed era diventata una stella. D’ora in poi ci avrebbe guardato tutti e protetto dal cielo.

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Tito, che ha quasi tre anni, non ha capito bene e ha continuato a guardare Geronimo Stilton alla tv; Fiamma, che a settembre ne fa cinque, lo ha sgridato dicendogli “guarda che il papà ci sta dicendo una cosa seria…”. Poi mi ha domandato preoccupata: “quindi non posso far vedere la bicicletta nuova alla nonna…?”

Mia mamma avrebbe riso sicuramente.

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Avanti, che la vita è bella…!

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34 pensieri su “La nonna volante

  1. .. Leggendo ho rivissuto gli ultimi momenti di vita di mio papà.. Che ci ha lasciati il 6/3/2015.. Stessi occhi stessa forza e stessa preoccupazione per noi .. Anche mia figlia ha una stella speciale in cielo.. Condoglianze a tutta la famiglia

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    1. Ho letto tutto in un attimo! Grazie! Quando si è mamma lo si è per sempre. Aggiungo che quando si è figli lo si è per sempre. Te lo dice una mamma da un letto d’ospedale. Un abbraccio, carmela

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  2. due volte ho vissuto tutto questo ma con diversi contrasti. Perché ognuno è diverso nell’uguaglianza dei sentimenti. Avanti che la vita è bella è una bella chiusa.

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  3. Mia mamma Maria è morta il 7 gennaio di quest’anno. Sapevo della gravità della malattia che aveva colpito anche Maria Rosa, la stessa malattia che ha portato via mia mamma . Era nata il 5/11/1924 a Cunardo, aveva compiuto novant’anni da poco, la sua voglia di vivere era proporzionald alla grande dose di sopportazione e accettazione della morte. L’abbiamo accompagnata al traguardo, preparandoci come quando si attende una nascita. È stata dura.
    Grazie a te per aver parlato dei buoni sentimenti, con i quali si affronta questa terribile malattia.
    Emanuela Mandelli

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  4. Caro Marco, è vero, le tue parole fanno rivivere situazioni vissute. Situazioni in cui la sofferenza si mischia alla dolcezza, una dolcezza che in quei momenti c’è urgenza di esprimere. Mi hai fatto venire le lacrime agli occhi… grazie!
    La vostra mamma era sicuramente una persona speciale. E’ in gran parte merito suo (e di Enzo, naturalmente) se voi siete la famiglia che siete. Vi abbraccio
    Mara

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  5. Carissimo Marco, sono Enzo Rosso. Giovanni mi ha indicato il tuo blog e io l’ho letto tutto. Ti devo confessare che, più andavo avanti con la lettura, e più le lacrime mi cadevano sulle guance. Ma la frase che più mi ha colpito è stata:” Ho compiuto la mia missione”. Ecco, Mariarosa intendeva la vita come una missione e lei l’ha compiuta nel modo più bello, con spensieratezza ma anche con immensa serietà. Quando lei era a Cefalù mi meravigliavo nel vederla SEMPRE disponibile, gentile, infaticabile. Non si perdeva mai d’animo, nemmeno se c’erano 30 ospiti, che voi figli le appioppavate senza ritegno! E io pensavo:” Ma come fa a resistere?”. Carissimo Marco, tua mamma è stata un esempio per tutti non solo per come è vissuta, ma anche per come se ne è andata. Vi abbraccio forte tutti: te, Enzo, Silvia ed Alessandro..
    Enzo Rosso

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  6. Grazie Marco. La tua grazia, sensibilità, cura renderà ancor più orgogliosa la tua mamma. Sono stato a trovarla un pomeriggio solo pochi giorni prima che ci lasciasse. Mi ha sorriso e riconosciuto e quello che doveva esser solo un saluto è diventata un’ora e mezzo. Ho un ricordo molto bello di lei. Una bella energia e passione per le cose.
    Quello che hai scritto è un dono per tutti e ti dico un immenso grazie.

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  7. Mi hai commossa, ma ti ringrazio Marco per avermi fatto ricordare la mariarosa sempre sorridente, sempre disponibile generosa e rispettosa, ma soprattutto una donna che amava la sua famiglia…..mi sarebbe piaciuto fargli conoscere mio figlio…

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      1. davvero tanti ricordi, venite a trovarci quest’estate noi abbiamo sempre il lido anche noi viviamo la stessa situazione con papa’ combatte da due anni so riconoscere gli occhi di un malato di tumore, e mi rivedo in tutti gli occhi dei parenti quando fa la chemio, ci accomuna lo stesso percorso lo stesso dolore….un abbraccio a silvia e ai due piccolini

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  8. Abbiamo letto con commozione il tuo “diario” e siamo certi che lei ti risponderebbe cosi:
    “Ricordati di me quando nella terra del silenzio me ne sarò andata lontano,
    Quando io non potrò girarmi per restare e tu non potrai tenermi per mano.
    Ricordati di me quando non potrai più raccontarmi del passato e del futuro della nostra vita che insieme abbiamo vissuto.
    E quando capirai che sarà troppo tardi per consigli o parole da dedicarmi, non affliggerti, ma solo ricordati di non dimenticarmi.
    Se però il mio ricordo dovesse rattristare il tuo viso allora è meglio che mi dimentichi e mi lasci il tuo sorriso, perchè è così che io ti ricordo in tutte le volte che dicesti di amarmi ed è così che voglio nel tuo cuore riposarmi”
    Con un grande abbraccio a Enzo, Alessandro, Marco e Silvia,
    Gianna e rodolfo

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      1. caro Marco, complimenti per la tua toccante testimonianza di vita e di amore. Noi vogliamo ricordare Maria Rosa così, solare e splendida, l’ultima volta neppure un anno fa, a Cefalù, in estate. Abbiamo trascorso una serata piacevolissima insieme a lei e ad Enzo. Rivedendo alcune vecchie foto rinvenute a casa della zia Pina, abbiamo ripercorso tanti momenti della storia delle nostre famiglie e lei, con il suo solito sorriso sornione e le sue battute argute, ci ha raccontato di come è iniziata la storia con Enzo e tante altre cose che noi non conoscevamo. Anche Laura è rimasta con noi ad ascoltare, incuriosita ed affascinata. Hai ragione tu: dovete continuare a sorridere…..Siamo vicini a Enzo e a tutti voi con tanto, tantissimo affetto

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  9. .. in questi giorni ho riletto queste righe più volte.. allo stesso modo, su tutto ed ogni volta… semplicemente “commosso”.
    un abbraccio, grande .. grandissimo

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  10. Carissimo Marco, e’ stato veramente toccante e commovente ricordare, Maria Rosa, con te, attraverso le tue parole. Anche noi ci porteremo nel cuore i momenti gioiosi trascorsi con tua mamma e con tutti voi, la dolcezza e il suo bellissimo sorriso. Un caloroso e affettuoso abbraccio a tutti voi e un bacio ai piccoli da Domenico e Manuela.

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  11. Mi spiace non aver saputo prima del momento che attraversavi.
    Questo racconto è il più bel l’omaggio che possa fare alla tua mamma, e lei, che sia un angelo o una stella, sarà fiera di quello che ha costruito. Un abbraccio forte.

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  12. Le persone straordinarie come questa mamma, lasciano sempre le tracce del loro viaggio terreno.
    E’ un racconto meraviglioso che parla di amore e di coraggio.
    Mi ha commosso,
    Un abbraccio!

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  13. Ho letto tutto d’un fiato. Anche se il groppo in gola mi ha stoppato più volte. Lo ammetto: sono fragile quando ci sono di mezzo le mamme. La mia ha 92 anni e vivo col terrore di perderla. Per questo il tuo racconto mi ha lacerato fin nel profondo. E’ un racconto bellissimo. Fatto di parole, emozioni, ricordi, sorrisi, tenerezze, buio, luce. Si muove tra le pieghe di un dolore vivo, palpabile: mi ci sono riconosciuto e perso, poi ritrovato. Sentirti vivere così lo strazio dell’anima mi ha reso meno debole e fragile. Voglio ringraziarti per questo. Anche se non ti conosco di persona, ti abbraccio. Idealmente, questo abbraccio, restituiscimelo.

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